Il fascismo non colpì soltanto la politica, la libertà di espressione e i diritti civili. Entrò nelle università, nelle accademie e nei laboratori. E finì per danneggiare profondamente anche una delle grandi scuole matematiche europee.
In breve
All’inizio del Novecento la matematica italiana occupava una posizione di primo piano nel mondo. Nomi come Vito Volterra, Tullio Levi-Civita, Guido Castelnuovo, Federigo Enriques, Giuseppe Peano e Francesco Severi avevano contribuito a costruire una comunità scientifica di livello internazionale.
Poi arrivò il fascismo.
Prima la progressiva subordinazione delle istituzioni scientifiche al regime, poi il giuramento di fedeltà imposto ai professori universitari, infine le leggi razziali del 1938. Alcuni scienziati aderirono convintamente al fascismo, altri cercarono compromessi, pochi si opposero apertamente. Molti dei più importanti matematici ebrei furono espulsi dalle università oppure costretti all’emigrazione.
Il risultato non fu soltanto un’ingiustizia nei confronti delle persone. Fu anche un danno enorme per la scienza italiana.
Una delle migliori scuole matematiche del mondo
È difficile comprendere ciò che accadde durante il fascismo senza ricordare da dove partiva la matematica italiana.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento l’Italia aveva costruito una delle comunità matematiche più importanti d’Europa.
La scuola italiana di geometria algebrica, con Castelnuovo, Enriques e Severi, era conosciuta in tutto il mondo. Tullio Levi-Civita e Gregorio Ricci-Curbastro avevano sviluppato il calcolo tensoriale che sarebbe diventato fondamentale per la relatività generale di Einstein. Vito Volterra era una delle figure centrali della matematica e della fisica matematica europea.
Negli anni Venti Roma poteva essere considerata, insieme a Parigi e Gottinga, uno dei grandi centri della matematica mondiale.
Quella posizione non sarebbe durata.
Quando il potere entra nell’università
Il fascismo comprese molto presto l’importanza delle istituzioni culturali.
Una dittatura non ha bisogno soltanto di controllare giornali, partiti e oppositori politici. Ha bisogno anche di controllare la produzione e la trasmissione della conoscenza.
Università, scuole e accademie furono progressivamente inserite nell’apparato culturale del regime.
Il punto decisivo arrivò nel 1931, quando ai professori universitari italiani venne imposto un giuramento di fedeltà al fascismo.
Su oltre mille docenti, soltanto una piccola minoranza rifiutò.
Tra i matematici spicca il nome di Vito Volterra, che non prestò il giuramento e perse la cattedra.
La maggior parte degli altri accettò.
Alcuni lo fecero probabilmente per convinzione. Altri per opportunismo. Altri ancora per continuare a insegnare e fare ricerca.
È proprio questa zona grigia uno degli aspetti più interessanti della storia: una dittatura non vive soltanto grazie ai suoi sostenitori più fanatici. Vive anche grazie alla progressiva normalizzazione del compromesso.
Matematici fascisti, matematici antifascisti
La comunità matematica italiana non reagì in modo uniforme.
Ci furono oppositori del regime, scienziati sostanzialmente estranei alla politica, persone che cercarono compromessi e altre che aderirono apertamente al fascismo.
Il libro Matematica in camicia nera. Il regime e gli scienziati, di Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi, ricostruisce proprio questa complessità attraverso figure come Volterra, Levi-Civita, Enriques e Severi.
È importante ricordarlo perché sarebbe troppo semplice dividere retrospettivamente gli scienziati fra eroi e collaborazionisti.
La realtà fu molto più ambigua.
Ma proprio questa ambiguità mostra quanto velocemente anche una comunità fondata sulla razionalità e sulla libertà della ricerca possa adattarsi a un sistema autoritario.
1938: il punto di rottura
Il momento più drammatico arrivò con le leggi razziali fasciste del 1938.
Gli ebrei furono progressivamente esclusi dalla vita civile italiana e, tra le altre cose, dalle università e dalle istituzioni scientifiche.
La matematica italiana ne fu colpita in modo devastante.
Tra gli studiosi discriminati o allontanati troviamo nomi come:
- Tullio Levi-Civita
- Guido Castelnuovo
- Federigo Enriques
- Gino Fano
- Beppo Levi
- Beniamino Segre
- Guido Fubini
- Alessandro Terracini
Alcuni furono costretti all’emigrazione. Altri continuarono a lavorare in condizioni difficilissime. Alcuni riuscirono a ricostruire la propria carriera negli Stati Uniti, in Svizzera, in Gran Bretagna o in America Latina.
Non furono semplicemente professori che persero il proprio posto.
Era una parte significativa della migliore matematica italiana che veniva improvvisamente espulsa dal sistema scientifico nazionale.
Il caso di Tullio Levi-Civita
Tra queste figure, quella di Tullio Levi-Civita è particolarmente simbolica.
Levi-Civita era uno dei matematici italiani più prestigiosi del mondo; ricordo anche che a lui è intitolato il Dipartimento di Matematica dell’Università di Padova.
Il suo lavoro sul calcolo differenziale assoluto, sviluppato insieme a Gregorio Ricci-Curbastro, aveva fornito ad Albert Einstein uno degli strumenti matematici fondamentali per formulare la relatività generale.
Nonostante il suo prestigio internazionale, nel 1938 Levi-Civita venne espulso dall’università perché ebreo.
La qualità scientifica non contava più.
Contava l’appartenenza razziale stabilita dallo Stato.
È forse difficile trovare una dimostrazione più chiara dell’incompatibilità tra razzismo e scienza.
Guido Castelnuovo e l’università clandestina
Anche Guido Castelnuovo, uno dei fondatori della grande scuola italiana di geometria algebrica, venne colpito dalle leggi razziali.
Fu escluso dalle istituzioni ufficiali e decadette dall’Accademia dei Lincei.
Ma non smise di insegnare.
A Roma contribuì all’organizzazione di corsi clandestini destinati agli studenti ebrei esclusi dalle università statali, cercando persino accordi con istituzioni straniere affinché quei giovani potessero continuare gli studi.
La vicenda contiene uno dei paradossi più dolorosi del periodo: alcuni dei migliori matematici italiani erano costretti a organizzare quasi clandestinamente l’insegnamento della matematica nel loro stesso Paese.
Anche gli studenti furono espulsi
Le leggi razziali non riguardarono soltanto i grandi professori.
Colpirono studenti, insegnanti e giovani ricercatori.
Un caso emblematico è quello di Emma Castelnuovo, destinata a diventare una delle più importanti figure della didattica della matematica del Novecento.
Nel 1938 aveva già vinto un concorso per insegnare nella scuola secondaria.
Non poté ottenere la cattedra perché ebrea.
Fu inoltre licenziata dal proprio incarico presso l’Istituto matematico dell’Università di Roma e negli anni successivi insegnò nelle scuole ebraiche create per gli studenti espulsi dalla scuola pubblica.
Dietro i grandi nomi della storia della scienza c’erano quindi migliaia di carriere, studi e vite quotidiane interrotte.
La scienza non è immune dalla politica
Si potrebbe pensare che la matematica sia particolarmente resistente alle ideologie.
Un teorema resta vero indipendentemente dal governo in carica.
Ed è certamente così.
Ma la comunità che produce matematica è fatta di persone e istituzioni.
Servono università libere, scambi internazionali, discussioni, concorsi, riviste, scuole di ricerca, studenti e docenti.
Quando il potere politico decide chi possa farne parte, la matematica stessa ne risente.
Il regime fascista cercò inoltre di subordinare progressivamente le istituzioni scientifiche alla propria visione nazionale e autarchica. Anche l’Unione Matematica Italiana sviluppò nel corso degli anni rapporti sempre più stretti con il regime; la documentazione emersa dagli archivi mostra quanto anche parte della comunità matematica contribuì al consolidamento del sistema fascista.
La scienza non possiede quindi un’immunità naturale nei confronti dell’autoritarismo.
Deve difendere continuamente le condizioni che la rendono possibile.
Un danno che continuò dopo la guerra
Le conseguenze non finirono nel 1945.
Una comunità scientifica non si costruisce rapidamente.
Servono decenni per creare scuole, relazioni internazionali, allievi e tradizioni di ricerca.
Quando queste reti vengono spezzate, ricostruirle richiede altrettanto tempo.
Le leggi razziali produssero una vera diaspora della matematica italiana. Molti studiosi portarono altrove competenze e scuole di ricerca che l’Italia aveva contribuito a creare.
La stessa Università di Roma riconosce come quelle vicende abbiano provocato una profonda cesura nella continuità della propria scuola matematica.
Un Paese che espelle i propri scienziati non danneggia soltanto loro.
Danneggia se stesso.
La responsabilità degli scienziati
Resta poi una domanda più scomoda.
Come deve comportarsi uno scienziato quando il potere politico chiede obbedienza?
La storia della matematica italiana durante il fascismo non offre una risposta semplice.
Alcuni opposero resistenza, molti cercarono di sopravvivere professionalmente e altri collaborarono attivamente.
Uno studio storico sulla matematica italiana fra le due guerre individua proprio nell’incapacità della comunità matematica di difendere fino in fondo l’autonomia del proprio lavoro uno degli elementi centrali di quella vicenda. Le leggi razziali del 1938 rappresentarono il punto in cui anni di silenzi, compromessi e adattamenti mostrarono le loro conseguenze più gravi.
È forse questa la parte più attuale della storia.
La libertà accademica raramente scompare in un solo giorno.
Può essere erosa attraverso una lunga successione di piccoli cedimenti.
Perché parlarne oggi
Il 6 settembre 2026, nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8% dei voti, raggiungendo un risultato senza precedenti per l’estrema destra nella Germania del dopoguerra.
Naturalmente la Germania contemporanea non è la Germania degli anni Trenta, né è corretto trasformare ogni successo elettorale dell’estrema destra in un’equivalenza automatica con il fascismo storico.
La storia serve proprio a evitare analogie troppo facili.
Ma serve anche a ricordare qualcosa.
Le istituzioni democratiche, la libertà della ricerca e l’universalità della scienza non sono condizioni naturali e irreversibili.
Possono essere indebolite.
E uno dei primi segnali da osservare è sempre lo stesso: quando l’appartenenza politica, nazionale, etnica o ideologica comincia a contare più della competenza e della libertà di pensiero.
La storia della matematica italiana durante il fascismo mostra dove può portare questa strada.
Un libro da leggere
Per approfondire questa storia consiglio il libro citato in questo articolo e che ho nella mia biblioteca:
Il volume ricostruisce il rapporto tra la comunità matematica italiana e il fascismo senza ridurlo a una contrapposizione semplicistica fra fascisti e antifascisti.
Attraverso le vicende di Volterra, Levi-Civita, Enriques, Severi e molti altri emerge una comunità scientifica attraversata dalle stesse debolezze, convinzioni, paure e compromessi che interessarono il resto della società italiana.
Ed è forse proprio questo che rende il libro ancora oggi così interessante.
Una lezione che riguarda anche la matematica
La matematica viene spesso descritta come il territorio della razionalità pura.
Eppure la sua storia racconta qualcosa di diverso: I teoremi possono essere universali.
Gli uomini che li scoprono non vivono fuori dalla storia, hanno bisogno di libertà per studiare, discutere, viaggiare, insegnare e dissentire.
Quando una società decide che alcune persone non possono più partecipare alla conoscenza per ciò che sono, quella società non compie soltanto un’ingiustizia.
Diventa anche più povera, più chiusa e, inevitabilmente, meno intelligente.


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